Fanghi di depurazione: risorse o pericolo?

Fanghi di depurazione

Nessuna strategia nazionale di gestione dei fanghi e un mosaico di soluzioni per ogni regione: un gap di governance che genera confusione e illeciti. Ma cosa dice la normativa? Criticità, punti di forza e  soluzioni

I fanghi di depurazione sono la componente solida risultante del processo di depurazione delle acque reflue. La normativa di riferimento, il d.lgs 99/92 prevedeva un distinzione fra scarichi di insediamenti civili, insediamenti produttivi e pubbliche fognature. Questa dicitura è stata successivamente aggiornata con il riferimento alle acque reflue, specificando che rientrano tra le acque reflue industriali, anche quelle provenienti da attività artigianali e da prestazioni di servizi, a condizione che le caratteristiche qualitative degli stessi siano diverse da quelle domestiche. 

Nella nozione di acque reflue industriali, in sostanza, rientrano tutti i reflui derivanti da attività che non attengono alla presenza umana, alla coabitazione ed alla convivenza di persone. Ma perché si sente tanto parlare di questi fanghi?

Solo nella città di Milano vengono depurati circa 600.000 metri cubi di acque reflue al giorno: questo processo genera, in Italia, circa un milione di tonnellate di fanghi di depurazione  (sostanza secca) all’anno. Vista l’enorme mole di scarti da smaltire, la problematica del trattamento di questi fanghi è finita al centro del dibattito. E i casi di cronaca relativi al trattamento illecito di questi, sopratutto in agricoltura, hanno fatto il resto. 

Sì, perché uno dei sistemi più utilizzati per lo smaltimento dei fanghi di depurazione è proprio lo spargimento su terreni agricoli. Attenzione, questa attività non è illecita: i fanghi sono da tempo utilizzati come fertilizzanti in agricoltura, considerato il loro buon contenuto di sostanze organiche e di minerali come azoto fosforo e potassio. Il riutilizzo agronomico dei fanghi è una valida ed efficace soluzione al problema dello smaltimento, perché permette di sostituire quasi completamente la concimazione chimica e garantisce un circolo virtuoso. 

Tuttavia, se da un lato rappresentano una risorsa per i suoli agricoli, dall’altro a causa della loro potenziale contaminazione sono considerati anche un pericolo. Infatti possono contenere al loro interno composti organici nocivi come inquinanti organici persistenti (POPs); interferenti endocrini; sostanze farmaceutiche e metalli pesanti. L’accresciuta sensibilità per l’ambiente e per l’inquinamento dei suoli ha portato, negli ultimi anni, ad un approfondimento dei controlli sull’utilizzazione di fanghi di depurazione. Si è più volte riscontrata in essi la presenza di alcuni contaminanti tipicamente industriali, quali, ad esempio, gli idrocarburi, non inseriti nell’allegato I B tra le sostanze per cui l’art. 3 comma 3 d.lgs 99/92 prevede limiti espressi, aggirando così la normativa. I fanghi, non trattati correttamente ed addizionati con sostanze nocive ulteriori come gli idrocarburi, venivano quindi ceduti ad aziende agricole che li utilizzavano per la concimazione.

Sotto accusa, in ogni caso, non dobbiamo porre i fanghi, ma il tipo di utilizzo che ne viene fatto dagli esseri umani. Infatti, il d.lgs 99/92 stabilisce che possono essere utilizzati in agricoltura solo fanghi di depurazione le cui caratteristiche siano rapportabili a quelle di fanghi di depurazione provenienti da scarichi assimilabili a quelli urbani. Possono essere utilizzati, inoltre, anche i fanghi provenienti da insediamenti produttivi, a condizione che:

 - sono stati sottoposti a trattamento
 - sono idonei a produrre un effetto concimante e/o ammendante e correttivo del terreno

- non contengono sostanze tossiche e nocive e/o persistenti, e/o bioaccumulabili in concentrazioni dannose per il terreno, per le colture, per gli animali, per l’uomo e per l’ambiente in generale.


La situazione italiana, dal punto di vista legislativo, è un mosaico di discipline applicate diversamente su base regionale. Infatti alcune regioni hanno direttamente vietato l’utilizzo dei fanghi, mentre altre ne hanno disciplinato in maniera restrittiva l’utilizzo. I relativi valori limite, nonché prescrizioni di utilizzo, cambiano quindi a seconda del contesto territoriale regionale. A livello nazionale si è tentato più volte di introdurre modifiche al decreto legislativo 99/92, tuttavia la possibilità di modificare solamente gli allegati rendeva la revisione inadeguata a soddisfare le esigenze del settore. Questo gap di governance, che è anche (ma non solo) impiantistico, ha prodotto l’esplosione di uno spontaneismo normativo regionale non sempre coerente con il quadro nazionale e con le esigenze di investimento. 

La normativa è stata recentemente rivista attraverso l’articolo 41 del decreto Genova, che inserisce “Disposizioni urgenti sulla gestione dei fanghi di depurazione”. In questa occasione il governo ha fissato a 1000 milligrammi per chilo di sostanza il limite per gli idrocarburi pesanti presenti nei fanghi. È una modifica sostanziale che cambia decisamente le carte in tavola rispetto a quanto stabilito dal tribunale amministrativo che, sulla base delle sentenze della Cassazione, aveva stabilito i limiti di concentrazione di sostanze nei terreni previsti dalla legge 152 del 2006 a venti volte meno di quanto previsto nel decreto Genova.

L’utilizzo in agricoltura dei fanghi di depurazione richiede dunque l’individuazione di regole e strategie di lungo termine per una gestione sostenibile dei fanghi sia sotto il profilo sanitario-ambientale sia economico. I vantaggi sono evidenti: da una parte i gestori dei servizi idrici e le aziende che producono acque reflue hanno, grazie al riutilizzo dei fanghi di depurazione, un canale di sbocco e non devono individuare soluzioni più onerose per smaltire i residui. Dall'altra, le aziende agricole possono contare su un fertilizzante a basso costo. Un sistema win-win che funziona però solo con un trattamento attento e rispettoso delle normative ed anche un monitoraggio costante dei contaminanti emergenti nelle acque reflue e nei fanghi di depurazione, nonché la valutazione dell’efficienza dei processi di depurazione sull’accumulo di contaminati e lo studio del destino ambientale di questi una volta riversati sui terreni agricoli.

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