Sostenibilità VS profitto: perchè le imprese possono contribuire alla crescita sostenibile in modo concorrenziale

Sostenibilità vs profitto

Perché i competitor sono già green. Vi sono imprese già incentrate su attività rispettose per l’ambiente e altre più in difficoltà, in particolare nei settori carbon-intensive. Tuttavia sono tantissime le aziende e le startup che sono nate e nascono già in linea al Green Deal europeo. Secondo una ricerca svolta da ODM Consulting, il 64,5% delle aziende del campione si è dichiarato interessato al tema o in fase iniziale dell’implementazione di politiche o progetti di sostenibilità, mentre il 29% delle imprese è già attivo o ha conseguito una delle due certificazioni più diffuse: ISO 14-001 e B-Corp.  Esistono realtà italiane che nascono per risolvere problematiche in modo green: un'azienda tessile elabora, grazie a un processo chimico, gli scarti delle spremute per ottenere una cellulosa adatta alla filatura; un'altra consegna direttamente a casa tutta quella frutta e verdura di stagione con piccoli difetti, che altrimenti verrebbe buttata. Altre invece, con lunga storia aziendale, si reinventano in chiave sostenibile e rendono la loro produzione energeticamente indipendente e pulita: ne costituiscono esempio una nota azienda vinicola toscana e un'altra, produttrice di formaggi. Insomma, gli esempi si sprecano: a non guardare al sostenibile, in sostanza, restereste solo più voi.

Perché, banalmente, investitori e clienti lo richiedono. Secondo uno studio dell’agenzia di consulenza FutureCast, il 60% dei giovani generazione Z, che nel 2020 rappresentavano il 40% dei consumatori a livello mondiale, afferma di porre molta attenzione al tema ambiente e voler “cambiare il mondo”. Pinterest inoltre ha rilevato che i millennials e la generazione Z hanno il doppio delle probabilità di cercare idee relative alla sostenibilità e all’ambiente, rispetto a chi ha più di 38 anni. Un recente ricerca sui consumatori di una nota azienda di distribuzione, riporta che il 60% dei clienti intende cambiare le proprie abitudini di acquisto per ridurre l’impatto ambientale e che gli investitori mostrano un alto livello di priorità per la sostenibilità, perfino durante la crisi del COVID. Negli Stati Uniti i fondi sostenibili hanno attirato un record di 7,3 miliardi di dollari solo durante il primo trimestre dell'anno. Più in generale, inoltre, l'attenzione all'ambiente è divenuta talmente preminente da essere ormai centrale anche per le banche, sotto la pressione ESG (Environmental social governance) del mercato.

Perché le normative nazionali e internazionali si muovono in questa direzione. Il Green Deal europeo è un piano d'azione diviso in settori, volto a promuovere l'uso efficiente delle risorse passando a un'economia pulita e circolare, ripristinare la biodiversità e ridurre l'inquinamento. Per fare questo l'Ue fornirà sostegno finanziario e assistenza tecnica, al fine di aiutare soggetti e imprese nel passaggio all'economia verde. Si tratta del cosiddetto meccanismo per una transizione giusta, che contribuirà a mobilitare almeno 100 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 per consentire a tutti i paesi di potenziare la diffusione delle energie rinnovabili. Inoltre con la Legge di Bilancio 2020, il nostro Paese ha dato il via a un piano di investimenti e di misure in linea con l'agenda europea, con l’obiettivo di rendere sostenibile la nostra economia e raggiungere  emissioni zero entro il 2050. Dallo scorso aprile la Commissione europea ha pubblicato la proposta di modifica della Dichiarazione non finanziaria (Dnf), detta anche CSRD (corporate sustainability reporting directive), introducendo una doppia estensione dell’obbligo che vedrà aumentare significativamente il numero delle aziende tenute a pubblicare la Dnf. Saranno meglio collocate sul mercato, quindi, le imprese capaci di viaggiare lungo questa strada.

Perché è possibile farlo. A seconda dei settori di attività, il compito di conciliare la sostenibilità ambientale con la redditività è più o meno complesso e certamente, se un occhio deve correre all'ambiente, è pur necessario che l'altro guardi al bilancio. Occorre in primis una visione strategica, che veda nella transazione ecologica, non solo dovere o regole a cui adeguarsi per percepire finanziamenti, ma una vera opportunità di crescita. E per crescere si sa, spesso occorre investire e adattarsi ai cambiamenti, anche se non obbligati: ne va della sopravvivenza e del posizionamento della propria azienda. Su cosa puntare dunque per conciliare questi due aspetti? Il trait d'union tra sostenibilità ambientale e redditività è sicuramente l’innovazione, sia quella tecnologica sia quella organizzativa, relativa ai processi produttivi e al prodotto. Fondamentale l'intelligenza artificiale, utilizzata in molti contesti per combinare una riduzione dell’impatto ambientale con l’aumento della produttività. Occorre inoltre tenere conto delle biotecnologie e delle loro potenzialità di utilizzo trasversale nei vari ambiti dell’attività produttiva (trasporti, energia, costruzioni ecc). O ancora investire nel miglioramento dell’efficienza energetica di impianti, edifici e data center tramite tecnologie di sensing e machine learning, consente a molti operatori di ridurre stabilmente i costi operativi. Un ulteriore vantaggio, per quanto riguarda la supply-chain, è un sistema che abiliti la gestione dei resi in base a un insieme di condizioni predefinite: quando procedere al cambio, quando attivare richieste di riparazione, o quando restituire il prodotto al produttore. Questo consente di minimizzare l’impatto ambientale dei prodotti e massimizzare il ricircolo dei materiali attraverso la rivendita dei resi: un fattore chiave per tagliare il costo dei resi inviati al macero, ma anche un’opportunità economica e di sostenibilità.

Perché ne abbiamo bisogno. Da tutti i punti di vista: soffriamo l'inquinamento di cibo, terra, aria e acqua, elettrosmog, deforestazione e distruzione di interi ecosistemi, estinzione di specie animali, surriscaldamento globale, scioglimento di ghiacciai e pandemie mondiali. Per non parlare degli effetti sociali e sanitari di questa situazione: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la crisi climatica porterà a circa 95.000 morti in più all’anno per denutrizione tra i bambini fino ai 5 anni entro il 2030 e 24 milioni in più entro il 2050.  Senza andare troppo lontano, la crisi climatica è ben visibile anche in Italia: zone con  scarsa qualità dell'aria, bombe d’acqua che sommergono città intere, ondate di calore sopra i 40 gradi. Nel 2017 l’Italia è stata colpita da una fortissima siccità, quando sulle Alpi i nevai si sono prosciugati e sono stati chiusi i rifugi: un danno di 2 miliardi all’agricoltura. E nella prima settimana di agosto 2020, il rischio del distaccamento di una parete ghiacciata del Monte Bianco di 510 mila metri cubi ha costretto all’evacuazione di 75 persone nella Val Ferret, sotto Courmayer. Senza dimenticare quanto accaduto a Venezia lo scorso autunno: picchi di acqua record superiori al metro e mezzo che hanno spinto, in un momento già difficile, l’intera cittadina in una crisi economica senza precedenti.  

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